La verità è che la maggior parte degli imprenditori ce la fa solo grazie a un po’ di sana illusione. La chiamano ignoranza ottimista, perché se davvero sapessero quanto sarà dura, probabilmente non inizierebbero mai. Non è stupidità, ma un meccanismo di protezione, quella parte di noi che ci spinge ad agire quando la logica ci direbbe di mollare. In psicologia si chiama illusione positiva, cioè la tendenza a sottovalutare i rischi, a credere che sia tutto più facile di quanto non sia, così da partire prima di sentirsi davvero pronti. Ed è proprio per questo che chi è alle prime armi, spesso, supera gli esperti. Perché non sa ancora cosa è impossibile e cosa invece si può fare, e in quella zona cieca di entusiasmo e ingenuità riesce a spingersi più lontano di chi ha esperienza.
Molti pensano che il cinismo sia intelligenza. Chi ha visto troppo, chi ha vissuto i fallimenti, impara a calcolare, a procrastinare, a restare piccolo per proteggersi. Ma la verità è che è l’ottimismo che costruisce gli imperi. Perché serve una grande dose di follia per credere che il proprio progetto possa cambiare il mondo, e serve ancora più coraggio per buttarsi quando tutti i dati direbbero di non farlo. Gli esperti conoscono troppo bene i rischi e per questo, spesso, restano fermi. I principianti invece non hanno nulla da perdere, non hanno la zavorra della prudenza accumulata e quindi si lanciano, cadono, sbagliano, si rialzano. E paradossalmente è proprio questa ignoranza di quanto dovrebbe essere difficile che li salva.
Se guardiamo indietro nella storia delle imprese che hanno cambiato il mondo, vediamo lo stesso schema ripetersi. Henry Ford, quando sognava di costruire un’auto accessibile a tutti, non aveva idea della complessità che lo attendeva. Non sapeva che gli esperti di allora avrebbero detto che era impossibile produrre automobili in serie a basso costo. Ma la sua illusione ottimista lo spinse a tentare, a cadere più volte, a rischiare la rovina, fino a quando non inventò la catena di montaggio che rivoluzionò l’industria. Walt Disney, quando disegnava un topolino con i pantaloncini rossi, non poteva sapere quante difficoltà finanziarie e legali avrebbe affrontato. Ma la sua fiducia quasi infantile lo portò a creare un impero culturale. Steve Jobs, quando presentò il primo Macintosh, non poteva prevedere quante volte sarebbe stato cacciato, ridicolizzato, dato per spacciato. Ma la sua illusione che la tecnologia potesse essere bella e intuitiva lo fece tornare e cambiare per sempre il nostro rapporto con i computer e i telefoni.
Chi comincia senza sapere quanto sarà dura ha un vantaggio che nessun manuale può dare. Perché la paura non lo blocca. Non conosce ancora tutti i motivi per cui non dovrebbe funzionare. Non ha ancora incontrato la burocrazia, le crisi, la resistenza del mercato, i fallimenti personali. E in quella incoscienza c’è una forza pura. È la stessa energia che spinge un bambino a imparare a camminare: cade, si rialza, cade ancora, ma non smette mai perché non sa che potrebbe non riuscirci. L’adulto, invece, sa bene quanto può far male cadere, e quindi si trattiene. Così è l’imprenditore esperto: conosce troppo il dolore del fallimento e preferisce non tentare.
Ma se il mondo fosse guidato solo dall’esperienza, nulla di nuovo nascerebbe. L’ottimismo ingenuo è il motore del progresso. È quello che spinge qualcuno a lanciarsi in un mercato saturo pensando di avere una possibilità. È quello che porta qualcuno a rischiare i risparmi di una vita per aprire un’attività che tutti dicono destinata al fallimento. È quello che fa continuare a lavorare di notte su un progetto che non ha alcuna garanzia di vedere la luce. Perché il realismo estremo è sterile, mentre l’illusione è fertile: crea movimento, apre possibilità, genera tentativi.
Ovviamente, non tutti gli ottimisti ingenui ce la fanno. Molti cadono e non si rialzano. Ma tra dieci che si lanciano, anche se nove falliscono, uno cambia le regole del gioco. E quel “uno” basta a trasformare un settore, a ispirare altri, a creare nuove strade. Ecco perché l’illusione positiva non è una bugia, è un meccanismo evolutivo. È la spinta che ci fa avanzare, che ci impedisce di restare paralizzati dal calcolo, che ci protegge dall’inerzia.
Nella vita quotidiana, tutti noi viviamo di piccole illusioni positive. Quando ci innamoriamo, crediamo che durerà per sempre, anche se la statistica dice il contrario. Quando iniziamo un percorso di studi, pensiamo che ci aprirà tutte le porte, anche se la realtà sarà diversa. Quando ci trasferiamo in una nuova città, immaginiamo che tutto andrà bene, anche se sappiamo che ci saranno difficoltà. Senza questa fiducia, nessuno inizierebbe nulla. Sarebbe troppo razionale, troppo calcolato, troppo freddo. È proprio l’illusione ottimista che ci permette di muoverci.
E allora il cinico può anche sembrare intelligente, ma in realtà è sterile. Sa elencare i problemi, ma non muove passi. L’ottimista, invece, spesso sbaglia, ma intanto costruisce. Non è questione di negare la realtà, ma di guardarla da un punto di vista diverso. Il cinico dice: “È troppo difficile”. L’ottimista risponde: “Non so quanto sarà difficile, ma provo lo stesso”. E in questa differenza di sguardo si gioca la creazione di qualcosa di nuovo.
Gli imprenditori che hanno lasciato un segno non sono stati i più intelligenti, ma i più testardi. Quelli che non hanno mollato quando sarebbe stato più logico farlo. Quelli che hanno continuato nonostante tutto dicesse che non aveva senso. Quelli che hanno coltivato quella piccola illusione che ce l’avrebbero fatta. A volte è stata fortuna, a volte talento, a volte un incontro giusto al momento giusto. Ma senza quell’illusione iniziale non sarebbero mai partiti.
Per questo, forse, non bisogna temere l’ingenuità. Non bisogna avere paura di essere un po’ sognatori. Perché è vero: non sapere quanto dovrebbe essere difficile è ciò che a volte ci salva. Ci permette di buttare il cuore oltre l’ostacolo, di tentare dove altri non osano, di resistere finché la realtà non si piega. In fondo, la differenza tra chi resta spettatore e chi diventa protagonista è proprio questa: la capacità di credere che sia possibile anche quando nessuno ci crede.

